Michela Marzano a Bassano del Grappa. Un resoconto.

Michela Marzano, filosofa, professore ordinario presso l’Università di Paris V René Descartes, è ormai un punto di riferimento nel dibattito su ciò che chiamiamo, per brevità, “questioni di genere”. Il suo nome divenne familiare a chi frequenti le pagine culturali dei periodici e alcune trasmissioni televisive di approfondimento quando, tre anni fa, fu inserita dal settimanale “Nouvel Observateur” tra i cinquanta intellettuali più influenti in Francia. Come spesso accade, i quotidiani italiani ripresero la notizia – così che ci potemmo accorgere, per l’ennesima volta, che una persona uscita da uno dei luoghi della ricerca di eccellenza del nostro Paese, la Scuola Normale Superiore di Pisa, si era dovuta trasferire all’estero per poter avere possibilità di lavoro e di carriera che dovrebbero essere normali in qualsiasi Stato europeo. Fu così che Michela Marzano, più nolente che volente, andò ad ingrossare le fila di coloro che ricadono sotto un’altra etichetta ormai logora: quella dei “cervelli in fuga”. Nel 2010, il suo primo saggio scritto in italiano, Sii bella e stai zitta, diventa uno dei testi di riferimento per il multiforme movimento di donne e uomini che si rese visibile il 13 febbraio scorso nelle tante piazze accomunate dallo slogan “Se non ora, quando?”. I libri di Michela Marzano, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Caterina Soffici – ma anche i blog di Giovanna Cosenza, Annamaria Testa e di tanti altri soggetti singoli o collettivi – hanno fatto sì che le “questioni di genere” siano tornate ad essere all’ordine del giorno, se non nelle agende della politica, almeno negli interessi e nelle iniziative della società civile.

Ad un anno di distanza da quel primo volume, Michela Marzano torna in libreria con un altro testo scritto in italiano, Volevo essere una farfalla e giovedì scorso, 27 ottobre, è tornata anche a Bassano del Grappa, alla libreria Palazzo Roberti che l’aveva ospitata nell’ottobre del 2010, per dialogare con la giornalista Laura Vicenzi e i numerosi presenti. Abbiamo voluto mettere nero su bianco alcune delle riflessioni poste da Marzano, senza alcuna pretesa di esaustività.
Volevo essere una farfalla si presenta come un racconto autobiografico, pensato però non come una ricostruzione integrale dell’esperienza di vita dell’autrice, quanto piuttosto, per usare le sue stesse parole, come «una raccolta di scene significative». Punto di riferimento in tal senso è, per Marzano, una delle filosofe che più le hanno dato – e ancora le danno – da pensare: Hannah Arendt. Facendo tesoro della lezione del proprio maestro, Martin Heidegger, Arendt ritiene che quando si decide di pensare – qualsiasi percorso si voglia intraprendere – si debba cominciare sempre dall’Evento, quel fatto che, unico a suo modo nella nostra vita o nella vita della comunità cui apparteniamo, segna un discrimine e ci sconvolge. Se per Arendt l’Evento non poteva che essere il totalitarismo, Marzano sa e sente da anni che l’esperienza discriminante nella propria vita è stata l’anoressia: non a caso, si è soffermata e ha scritto con tanta intensità sulla relazione tra corpo, etica e potere nel contemporaneo. Ecco che allora quel testo apparentemente solo autobiografico si rivela essere anche pienamente filosofico, in quanto si pone, paradossalmente, come scritto programmatico di un percorso di studi e di vita già intrapreso.

Volevo essere una farfalla si differenzia dalla mera autobiografia anche per un altro motivo: in quanto “raccolta di scene”, il libro è consapevolmente reticente; proprio mentre affronta con grande lucidità alcuni momenti di dolore e sofferenza profondi, lascia volutamente opachi certi passaggi, non li stringe nella morsa dello “strettamente personale”, per invitare le lettrici ed i lettori a riprendere da sé il filo dei ragionamenti. Un filo che, sostiene Marzano, è bene perdere, come quando ci si consegna all’altro in una confessione intima o nel lavoro psicoanalitico: rinunciare a far tornare i conti, a dare a priori un’immagine organica e coerente di sé può servire a far emergere – nei non detti, nelle incertezze, nelle piccole e grandi contraddizioni – quella nostra parte che il dover essere e la riduzione completa della nostra esistenza a ciò che facciamo inevitabilmente reprimono; perdere il filo del discorso può essere l’occasione per dar voce al nostro Io più autentico, soppresso dalla volontà di corrispondere alle aspettative della famiglia, della società, delle persone cui vogliamo bene e da cui vogliamo essere riconosciuti.

Ecco che allora l’anoressia non va letta come malattia quanto piuttosto – Marzano insiste molto su questo punto – come sintomo di un malessere più ampio, che quel sintomo porta alla luce. Non a caso è stizzita, Michela, quando a più riprese le si chiede se si sia data una spiegazione del fatto che statisticamente siano le donne più che gli uomini a palesare attraverso l’anoressia la propria sofferenza: le statistiche infatti possono mutare – e stanno in effetti mutando – ma ciò che resta sono il malessere e la sofferenza delle persone, che vanno compresi a prescindere dalle forme specifiche in cui si palesano. Per la manifestazione del sintomo ci sono sicuramente dei fattori scatenanti, ma può anche darsi, aggiunge Marzano, che si viva una vita senza mai incontrare quei fattori – e allora il rischio è quello di spegnersi psichicamente: in ognuno di noi c’è un vuoto, una mancanza, che è positiva nella misura in cui ci spinge verso gli altri; il problema nasce quando quei vuoti diventano un abisso. Vogliamo citare a tal proposito Eugenio Borgna, che ci ricorda come i problemi nascano quando la solitudine – definita dal rapporto con l’altro – diventa isolamento – che quel rapporto nega.

Proprio il tema della solitudine ricorre spesso nelle parole di Marzano e in quelle di chi dialoga con lei: «nella mia sofferenza io ero sola», afferma la filosofa, aggiungendo che è da soli che possiamo uscirne. Questo non significa negare il ruolo degli altri – amici, compagne e compagni, parenti, medici e psicologi – quanto piuttosto riconoscere che c’è una irriducibile componente personale nel percorso che ci porta a superare la malattia, facendone sparire anche il sintomo. Al tempo stesso, gli altri, chi abita accanto all’abisso che diventiamo nella sofferenza, soffrono a loro volta e i loro comportamenti non vanno compresi e giudicati secondo la “grammatica della colpa”: l’esperienza di vita che porta all’anoressia è talmente complessa che l’emergere del sintomo può essere letto solo in un’ottica multifattoriale che, nell’assenza di colpevoli, vede la drammatica presenza della vittima. La situazione è talmente complessa che anche un gesto apparentemente liberatorio rischia di trasformarsi nella condanna definitiva: Marzano ricorda la vicenda di Isabelle Caro, ragazza giunta ad una anoressia molto avanzata, che Oliviero Toscani decise di fotografare ed esporre su manifesti che trovarono spazio nelle principali città europee. L’intenzione, lodevole, di stimolare il dibattito sull’anoressia si trasformò, secondo Marzano, nel colpo di grazia per la precaria esistenza di Isabelle: se è vero che il sintomo è un grido d’aiuto, l’espressione del profondo bisogno di riconoscimento di ciò che siamo veramente, il fatto di essere riconosciuta in quanto anoressica sancì la definitiva prigionia di Isabelle, che morì poco tempo dopo. Alla luce di quella vicenda, Marzano afferma di aver potuto scrivere Volevo essere una farfalla solo oggi, essendo il sintomo scomparso ed avendo la sua vita rotto il circolo vizioso in cui si era inserita.

In questo coraggioso intreccio di esperienze personali e riflessioni sullo stato di salute del nostro tempo, nella consapevolezza che la filosofia vada fatta in prima persona, stanno il valore e l’importanza delle parole di Michela Marzano.

Consigli di lettura

  • Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano 2011
  • Michela Marzano, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, Mondadori, Milano 2011
  • Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Mondadori, Milano 2011
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