
(c) elisfanclub. Under Creative Commons Licence
I fatti sono ormai tristemente noti: il 15 gennaio scorso siamo venuti a sapere dai quotidiani che l’Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, ha intenzione di chiedere alle Biblioteche veneziane di eliminare dal proprio archivio i testi delle scrittrici e degli scrittori firmatari, nel 2004, di una petizione sulla vicenda di Cesare Battisti. Pochi giorni dopo, l’Assessore Regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, si è schierata col collega, rivendicando la possibilità di fornire un “indirizzo politico” alle scuole – invitando gli insegnanti, nel caso specifico, a non far leggere ai propri alunni i romanzi e i saggi delle autrici e degli autori incriminati.
Molte sono state le reazioni, tanto da parte dei diretti interessati, quanto da parte di altri scrittori che, anche quando in disaccordo rispetto alla petizione del 2004, hanno percepito la pericolosità della proposta di Speranzon e Donazzan. A loro si sono unite, in modo trasversale, personalità della cultura, della politica e dell’economia. Soprattutto, forte è stata l’immediata presa di posizione dell’Associazione Italiana Biblioteche, di tanti insegnanti e dei lettori che, con i loro interventi sui blog letterari, hanno espresso la propria contrarietà ad ogni forma di censura o “indirizzo politico”.
Il gruppo [U] e l’associazione Palomar vogliono unirsi alla grande moltitudine di singoli e istituzioni che hanno deciso di esprimere la propria radicale contrarietà alle proposte dei due Assessori. Lo facciamo in quanto promotori di progetti che hanno visto protagonisti tanti degli scrittori e delle scrittrici chiamati in causa in questa vicenda, ma soprattutto perché percepiamo ogni forma di censura come un pericolo per tutti – anche per chi avanza le sciagurate proposte contro cui ci schieriamo. Non ci interessa minimamente, in questo contesto, il contenuto della petizione del 2004. Non è esso la posta in palio.
Ci esprimiamo pubblicamente perché il problema riguarda la cultura come insieme di relazioni sociali e sapere critico: essa viene continuamente svilita, ridotta a divertissement, relegata all’ambito del superfluo, dell’effimero – di qui la spettacolarizzazione, cui spesso assistiamo, di qualunque progetto che abbia delle radici profonde, che esprima un bisogno che è primario quanto altri bisogni, che lasci qualcosa nella vita delle persone. Una cultura che sopravvive come nicchia in realtà sta già morendo, perché ogni attacco ad essa può essere fatto senza che la maggioranza dei cittadini, qualunque sia la loro formazione e indipendentemente dall’orientamento politico, percepisca quell’attacco come un problema. Ecco allora che i festival letterari (e di altro tipo) possono acquisire una valenza civile. In caso contrario, rischiano di favorire quell’attacco.
Se la cultura non è vista come bisogno primario e anche come elemento strategico dello sviluppo di un paese (dal punto di vista sociale, umano, economico), cosa ci rimane?